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  • La corsa all’oro verde africano

    maggio 18, 2010
    by Stefano Valentino
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    PUBBLICATO SU MONDIAAL NEUWS

    Swedish biofuel company Sekab’s office in Tanzania (Copyright Stefano valentino)

    Leggi anche la notizia in French ”La course belge a’ l’or belge africain” on Le Vif l’Express

    L’Africa, nuovo Eldorado dei biocarburanti?

    Le colture a fini energetici aumentano a vista d’occhio, nonostante i rischi che rappresentano per la sicurezza alimentare e la biodiversità. I progetti condotti dagli investitori occidentali coprono già oltre 2 milioni di ettari.  E la riforma del Protocollo di Kyoto, oggetto di trattative durante il vertice di Copenhagen, promette di trasformare questa corsa all’oro verde in un commercio molto redditizio. Ma chi ne trarrà i vantaggi ?

    Quando nel 2005, la start-up belga Felisa si lancia nell’avventura degli agro-carburanti in Tanzania,  il valore dell’oro verde è in ascesa. Diretta da Stefan De Keijser, imprenditore agronomo, la Felisa è la prima ad aver investito nella produzione del biodiesel proveniente dall’olio di palma in Africa. Felisa (Farming for better Livelihoods In Southern Africa) punta sul potenziale dei biocarburanti per rispondere non solo all’aumento del prezzo del petrolio e al riscaldamento climatico. Ci vede anche un possibile contributo a favore di «una nuova rivoluzione verde per l’Africa», capace di generare occupazione e produttività agricola

    Una nuova divisione del continente africano ?

    Da allora, la corsa agli agro-carburanti africani non smette di intensificarsi. I piccoli investitori come Felisa sono anche competitors dei più grandi gruppi petroliferi e agrolimentari al mondo. Tutti si piazzano sullo scacchiere africano nella prospettiva di un nuovo accordo sul cambiamento climatico, che promette di attrarre ingenti capitali verso il settore agroenergetico. La rivoluzione invocata sa Felisa assume sempre più le forme di una nuova colonizzazione.

    L’UE persegue l’obiettivo di sostituire il 10% del proprio consumo di petrolio attraverso i cosiddetti carburanti verdi entro il 2020. Gli USA intendono raggiungere la soglia del 15% dal 2017. Per riuscirci, occorrerà importare una quantità notevole di biocarburanti. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) stima che per soddisfare la domanda crescente di biocarburanti, tra 20 anni occorrerà mobilitare fino a 53 milioni di ettari a livello globale.

    Secondo alcune proiezioni realizzate nel 2004 dall’Istituto Copernico dell’Università di Utrecht, Paesi Bassi, data l’enorme quantità di campi coltivabili dell’intero pianeta (ben 807 milioni di ettari) e la manodopera assai economica, l’Africa ha il potenziale per diventare il più grande fornitore agro-energetico del mondo. Per incoraggiarla, l’UE così come gli USA hanno ridotto, o meglio eliminato completamente i dazi doganali per l’importazione dei biocarburanti provenienti dai paesi africani, assimilandoli agli altri prodotti agricoli. La Commissione europea ha appena sbloccato 200 milioni di euro per finanziare progetti di energia sostenibile in Africa, di cui una larga fetta è destinata ai biocarburanti. Opportunità di sviluppo locale o sfruttamento energetico per il bene dei paesi industrializzati ? La questione è assai controversa.

    Secondo la nostra inchiesta, almeno 80 progetti sono condotti attualmenye in 28 Paesi africani da 45 investitori europei e americani. Rappresentano più di 2 milioni di ettari. Ed è solo una monetina di un Monopoli a grandezza naturale, che fa sgomitare gli investitori occidentali e i loro competitors brasiliani, saudita e ancora asiatici. I progetti cinesi, particolarmente ambiziosi, potrebbero estendersi sui 4,5 milioni di ettari nella Repubblica Democratica del Congo e in Zambia. Oltre da Felisa, il Belgio è rappresentato nella corsa da Alcogroup, primo importatore di bioetanolo, con sede in Sud Africa e sull’isola di Maurice, e dal gruppo Socfinal che sfrutta vaste piantagioni di palma da olio in Camerun. La sua filiale Socapalm si dichiarava interessata al mercato del biodiesel nel corso di una conferenza sui biocarburanti a Ouagadougou, in Burkina Faso nel novembre 2007, e ha già condotto dei tentativi a livello locale.

    La lezione della Tanzania

    Ora, per passare allo step successivo della sperimentazione, la commercializzazione,  gli investitori hanno bisogno di estendere il loro territorio. In Tanzania, in un primo tempo, la società Felisa mobilita 5000 ettari per le colture. Persegue l’obiettivo di produrre 40 milioni di litri di biodiesel all’anno. Ma nel luglio 2007, la Rete della Biodiversità Africana (African Biodiversity Network – ABN), una ONG con sede in Kenya, ha dichiarato che l’impresa avrebbe identificato ben 60.000 ettari in più di quanto concesso e ha temuto che la privatizzazione di questi terreni collettivi potesse generare la completa esclusione dei contadini locali.

    nel frattempo, Felisa è stata raggiunta in loco da una serie di competitors più o meno imponenti: gli inglesi della Sun Biofuels e della ESV Biofuels, gli olandesi della Bioshape e della Diligent, l’americana Wilma, la svedese Sekab, i tedeschi di Prokon..centinaia di migliaia di ettari sono coperti dalle palme da olio e di jatropha (per il biodiesel) e di canna da zucchero (per il bioetanolo). In totale, più di 40 società locali o estere investono nel settore. In loco, sale la tensione. Lo scorso ottobre, il giornale kenyota The East African rende noto che più di 5000 coltivatori di riso rischiano l’espulsione. Qualche giorno dopo, dinanzi alla protesta, il governo decide di bloccare tutti gli investimenti del settore e di non assegnare più terreni ai nuovi investitori esteri.

    Un panorama incerto

    Il caso della Tanzania illustra perfettamente il dramma in cui si trovano numerosi paesi africani. Come approfittare dello sviluppo promettente delle agroenergie, proteggendo al contempo gli interessi delle comunità locali ? Potenzialmente, questa nuova industria può contribuire alla riduzione delle spese legate al petrolio, sviluppando al tempo stesso una filiera redditizia di esportazione. « I biocarburanti possono contribuire a una rinascita agricola, dare nuova vita ai terreni e ai mezzi di sussistenza delle aree rurali » dichiara Lorenzo Cotula dell’Istituto Internazionale per l’Ambiente e lo Sviluppo (IIAS) con sede a Londra. A testimoniare l’esperienza riuscita di alcuni paesi dell’Africa occidentale è il Mali che ricorre a piccole aziende agricole familiari di jatropha per sviluppare la rete elettrica nelle aree rurali. « Tuttavia, queste possibilità dipendono dalla sicurezza del regime fondiario. La rapida crescita della produzione di biocarburanti per fini commerciali può avere come risultato, anzi ha come risultato l’esclusione dei più poveri dai terreni dai quali essi dipendono »

    Questo è quanto accaduto in Mozambico, dove un grande progetto di bioetanolo su 30.000 ettari, condotto dalla società inglese CAMEC/BioenergyAfrica col nome di Procana ha generato più di 1.000 nuclei familiari sfollati, che si battono ora per essere risarciti. In Ghana, la società norvegese Biofuel Africa avrebbe persino approfittato del sistema tradizionale di proprietà fondiaria collettiva per provare ad appropriarsi di un appezzamento di 38.000 ettari. «L’impresa ne ha rivendicato la proprietà legale dopo aver spinto un capo locale analfabeta a rinunciarvi, firmando con la sua impronta digitale» ci racconta Bakari Nyari, vice presidente della ONG ghanese Rains. Al termine di una battaglia legale, l’impresa ha dovuto fortunatamente rinuciare ai suoi grandi progetti

    La jatropha, soluzione miracolosa?

    Nonostante questo duro colpo, Biofuel Africa, ancora in possesso di 660 ettari, ha appena inaugurato ad ottobre la prima unità di produzione commerciale di jatropha in Africa occidentale. Questo arbusto, i cui semi non commestibili producono un olio adatto alla lavorazione del biodiesel, si presenta come la risposta dell’industria agroenergetica alle critiche di cui era stata oggetto nel 2008, anno della crisi alimentare mondiale. La Banca Mondiale considerava all’epoca i biocarburanti i principali indiziati dell’aumento del 75% dei prezzi dei generi alimentari. L’aumento della domanda di cereali e di terreni, impiegati al contempo sia per fini alimentari che per la produzione di energia fa schizzare i prezzi. Ora, gli investitori giurano che la jatropha cresca facilmente nei “terreni marginali”, poco fertili o semi aridi, un quarto dei terreni Africani a livello mondiale, senza che vengano intaccati i terreni delle altre colture agricole.

    Pianta miracolosa o velenosa?

    La coltura intensiva della jatropha non è affatto esente da pericoli. Poiché, per ottimizzare le rese, alcuni coltivatori non esitano a coltivarla sui terreni più fertili. “In Svizzera, alcune ONG hanno rilevato numerosi casi di agricoltori che preferivano trasformare terreni di buona qualità in piantagioni di jatropha, contrattati con le società inglesi D1 Oils e BP, piuttosto che utilizzarli per colture alimentari” rivela un rapporto pubblicato lo scorso maggio dall’ONG Les Amis de la Terre. In Etiopia, finora, “la quasi totalità delle colture per la produzione d’energia si sviluppa su terreni coltivabili o strappati alle foreste” ribatte l’ONG locale Melca Mahiber, prendendo l’esempio di una società inglese che ha preferito abbandonare una piantagione su terreni marginali per spostarsi su un’area più fertile soggetta a precipitazioni. Altresì, secondo l’IIED, gran parte dei terreni detti “marginali” e considerati disponibili per gli investitori rappresentano in realtà una risorsa essenziale per la sussistenza dei gruppi nomadi, di pastori o di comunità diseredate che vi raccolgono legna o frutti selvaggi.

    Fame e cambiamento climatico: la contraddizione di Kyoto

    Al fine di ottimizzare la redditività degli investimenti, le lobbies dell’agroenergia scommettono tutto ormai su una riformulazione del Protocollo di Kyoto. Quest’ultimo ha data di scadenza nel 2012: un nuovo accordo globale per combattere le emissioni di gas a effetto serra dovrà essere negoziato. Un lungo processo in cui il Vertice di Copenhagen è solo l’ultima tappa. Obiettivo principale: la riforma del Meccanismo di Sviluppo Pulito (MSP). Grazie a questo sistema, le imprese dei paesi industrializzati che investono in progetti volti alla riduzione delle emissioni di Co2, come la riforestazione in un paese in via di sviluppo, acquisiscono “crediti carbone”. Possono poi rivenderli ad altre imprese che intendono “compensare” l’inquinamento atmosferico generato dalle loro attività. Ora, le proposte attuali prevedono di estendere la definizione dell’attività di “riforestazione” a ogni tipo di piantagione, comprese le specie vegetali utlizzate per la produzione dei biocarburanti. Paradossalmente, un progetto molto criticabile come quello della multinazionale energetica italiana Eni, che minaccia di radere al suolo 70.000 ettari di foreste per la piantagione di palme da olio in Congo, potrebbe essere ricompensato. Una tale riforma darebbe la possobilità agli investitori di approfittare, non solo dell’esportazione di una parte dei biocarburanti, ma anche della vendita massiccia di crediti-carbone negli USA e nell’UE. La società canadese Carbon2Green ha proposto di recente la candidatura del suo progetto di coltivazione della jatropha nella Repubblica Democratica del Congo al fine d’ottenere crediti-carbone. Se la candidatura andrà a buon fine, il suo progetto sarà il primo del suo genere a essere remunerato grazie al MSP. Lo scambio dei crediti-carbone minaccia così di promuovere un’espansione incontrollata degli agro-carburanti. “I fondi svincolati favoriranno soprattutto le monoculture industriali” come spiega un rapporto pubblicato dall’associazione inglese Biofuel Watch a settembre. “Le colture gestite da piccoli agricoltori avranno poche possibilità a beneficiarne”. E l’IIED rincara la dose: più il commercio agroenergetico diventa lucrativo, più le risorse, i terreni e la manodopera a esso destinati, aumenteranno. Quanti agricoltori e terreni agricoli rimarrano per la produzione di cibo? Riemerge, decuplicata, la minaccia delle agroenergie sulla sicurezza alimentare. Le grandi potenze si ritrovano a essere combattute tra due obiettivi assai discordanti. Possiamo combattere al contempo la fame, piaga per più di 265 milioni di africani, e il riscaldamento climatico, caricando i serbatoi delle economie più ricche. A favore di chi andrà tutto questo? Un segnale delle priorità assunte: i dirigenti del G8 non hanno ritenuto opportuno spostarsi a Roma a novembre per discutere della sicurezza alimentare, ma si sono incontrati a Copenhagen, per discutere del commercio “verde” dei crediti delle emissioni di carbone.

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